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venerdì 30 aprile 2010

"Matrimoni e altri disastri" di Nina Di Majo



Pur ispirandosi alla commedia sofisticata americana degli anni Cinquanta e Sessanta, la Di Majo rimane prigioniera degli stereotipi italiani. Nonostante i riferimenti alti e le buone intenzioni, il film non colpisce nel segno e il politicamente scorretto viene spazzato via da una mancanza di cattiveria che rende tutti i personaggi gradevoli. E non bastano le ottime interpretazioni degli attori



Tantissime commedie, italiane e non, ruotano intorno al matrimonio. Un po’ per tentare di dissacrare una delle tappe fondamentali della vita di ciascun (o quasi) individuo, un po’ perché tale cerimonia è l’occasione per riflettere più argutamente sulla famiglia e per rivelare i famosi scheletri nell’armadio. Nina Di Majo, al suo terzo film dopo Autunno (1999) e L’inverno (2002), con Matrimoni e altri disastri cambia in parte registro nel tentativo di rivolgersi a un pubblico più ampio. Partendo dalla commedia sofisticata americana degli anni Cinquanta e Sessanta, la regista partenopea innesta nei protagonisti tratti tipicamente italioti, presentandoci una raffigurazione abbastanza amara di una certa borghesia, quella intellettualoide di sinistra rappresentata dal personaggio della Buy, accompagnata da una critica altrettanto risoluta alla bonaria arroganza della destra “berlusconiana”, ravvisabile in Alessandro, interpretato da Fabio Volo.



Questi due mondi così diversi si incontrano quando Nanà (la Buy appunto, antitesi ma al contempo rimando a quella creata da Zola), una quarantenne single e insoddisfatta, è costretta a organizzare il matrimonio alla sorella Benedetta, promessa in moglie al “self made man” Alessandro. Questo compito diventerà l’occasione di una serie di tante, troppe disavventure che porteranno alla maturazione e alla forte presa di coscienza dei vari personaggi. Nulla di particolarmente innovativo dunque, anche se la Di Majo si mantiene giustamente a distanza dalla volgarità e dalla scurrilità di molte commedie italiane, cercando di delineare con occhio cinico le debolezze dei protagonisti.



Manca però una componente fondamentale, quella cattiveria che soprattutto negli anni Sessanta (I mostri docet) permetteva una rappresentazione adeguata dei vizi e dei difetti umani. Tutti i personaggi del film infatti escono indenni, tutti risultano più o meno simpatici. E così si finisce col rimanere affascinati da una Buy meno nevrotica del solito, da un Volo inizialmente odioso e mano a mano sempre più affabile, da una Litizzetto che non scivola nella solita macchietta e da una Inaudi egoista ma al contempo molto dolce. Questo sottolinea l’importante apporto di un cast affiatato e ben selezionato, che non basta però a risollevare un film che ha dalla sua le buone intenzioni ma rimane al contempo prigioniero delle solite pecche di molte commedie italiane contemporanee.

Voto: 5

Pubblicato su www.sentieriselvaggi.it

sabato 10 aprile 2010

Simon Konianski di Micha Wald (2009)



C’è tanto cinema indipendente americano nel secondo lungometraggio del belga Micha Wald: personaggi strampalati e bizzarri alla Wes Anderson che si muovono all’interno di situazioni tipicamente coeniane. Il tutto in un on the road che è anche raffigurazione di tre differenti generazioni e del loro modo di porsi nei confronti della tradizione ebraica. Con una vena politicamente scorretta. Presentato nella sezione “L’altro cinema – Extra” del Festival Internazionale del Film di Roma, edizione 2009.



Distribuito in Italia da Fandango, sempre pronta a scommettere su film coraggiosi e politicamente scorretti, Simon Konianski rappresenta l’evoluzione naturale del cortometraggio d’esordio Alice et Moi (2004), premiato con numerosi riconoscimenti in diversi festival internazionali. Muovendo da vicende fortemente autobiografiche, il giovane regista Micha Wald propone un on the road spassoso e irriverente che si rifà a molto cinema americano indipendente, sia per le situazioni narrate che per la delineazione dei personaggi. Se molti hanno visto comunanze tra questo film e i vari Little Miss Sunshine, Ogni cosa è illuminata e via dicendo, due appaiono i modelli di riferimento indiscutibili: Wes Anderson per i protagonisti strampalati e bizzarri e per l’attenzione maniacale per gli oggetti, e i fratelli Coen per una certa sfacciataggine di fondo e per la matrice yiddish della vicenda.



Simon Konianski mette infatti a confronto, un po’ come A Serious Man, tre differenti generazioni di ebrei. Da un lato abbiamo Ernest, ex deportato e convinto sostenitore della tradizione. Simon è invece il “ribelle” di turno, stanco delle continue storie sulla guerra del padre e a favore dei palestinesi nel conflitto israeliano. Hadrien infine rappresenta il nuovo che avanza, affascinato dai racconti del nonno e figlio di una danzatrice goy (non ebrea). Il viaggio, che come sempre negli on the road è spirituale oltre che fisico, prende avvio proprio dalla morte del vecchio Ernest e dalla sua ultima volontà di farsi seppellire in Ucraina a fianco del suo primo amore.



Naturalmente il percorso sarà colmo di momenti rocamboleschi e spassosi, con tanto di fantasma del padre che compare ripetutamente a Simon, alternati però a un vero e proprio tragitto nella e della memoria, che giunge al culmine nella sequenza ambientata nel campo di concentramento e in quella della sepoltura finale. E alla presa di coscienza si abbinerà il processo di maturazione (non completa) del protagonista, che durante il viaggio si avvicinerà al figlio e arriverà a conoscere meglio sia il padre che i due strampalati zii Maurice e Mala (forse i più sgangherati della famiglia). Non male per un regista ai suoi primi passi che, sebbene non riesca evidentemente a raggiungere la grandezza dei modelli a cui si ispira, propone un concentrato di autoironia e freschezza non comune. Aspetto che rimanda a un altro grande autore di matrice ebraica, Woody Allen, con persino una citazione quasi esplicita del suo episodio di New York Stories “Edipo relitto”. Con Simon Konianski insomma si ride di gusto (anche se non tutte le trovate sono divertenti) e lo si fa all’insegna del politicamente scorretto. Che cosa chiedere di più a un road movie irriverente?

Voto: 6,5

Pubblicato su www.sentieriselvaggi.it

martedì 23 marzo 2010

Alice in Wonderland di Tim Burton (2010)



Dopo una lunga attesa, Tim Burton torna sugli schermi con una trasposizione libera e personale dei due romanzi di Lewis Carrol Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie e Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò. Un’occasione unica per far coincidere due mondi così simili e al contempo così diversi e una grossa soddisfazione per il visionario di Burbank che rientra alla Disney come un figliol prodigo, fattore che testimonia il suo ormai indiscutibile status di genio.



Va da sé che una tale operazione generi non poche aspettative e una certa curiosità nel valutare come Burton riesca a innestare il suo retroterra gotico all’interno di una storia che ha nel nonsense la sua valvola di sfogo. Per la verità della “Alice” letteraria ci rimane ben poco. La vicenda omette il viaggio narrato nei libri di Carrol (restituito soltanto in un breve flashback) e ci presenta una protagonista diciannovenne, in età da marito, che, decisa a sfuggire alle regole dell’Inghilterra Vittoriana, segue nuovamente il Bianconiglio in una nuova avventura nel paese delle meraviglie. Oltre all’impianto narrativo, in questa trasposizione viene meno l’andamento caotico del testo di riferimento in favore di una trama più canonica che contiene numerosi rimandi al fantasy di nuova generazione.



Paradossalmente il film, dopo un buon preludio, con l’allontanarsi dal mondo di Carrol finisce col distanziarsi anche dalle atmosfere burtoniane, restituendo una standardizzazione disneyana sia di ambienti che di personaggi. Il cappellaio matto, Pinco Panco e Panco Pinco, la regina rossa e la regina bianca sono tanto caratterizzati a livello fisico quanto piatti e sostanzialmente poco interessanti se analizzati sul piano narrativo e, cosa incredibile a dirsi, neanche lontanamente paragonabili ai meravigliosi freaks che da sempre popolano il suo cinema. A onor del vero gli attori fanno il possibile per dare il loro meglio, su tutti spicca l’ottima interpretazione di Helena Bonham Carter nella parte della “capocciona rossa”, ma restano limitati all’interno di uno script che pare virare verso una semplificazione tematica, forse per rivolgersi a un target più ampio (e gli incassi lo dimostrano!). E così, nonostante indubbi tocchi di classe e una scenografia straordinaria (penalizzata in parte da un 3D realizzato in postproduzione e sostanzialmente inefficace), il film si trascina stancamente verso il finale, spiazzante e al contempo poco credibile, che denota una rilettura in chiave femminista della fonte di riferimento.



Insomma, Burton con Alice non fa “meraviglie” e anzi raggiunge probabilmente il punto più basso della sua parabola autoriale. Il talento allontanato da Disney per la sua eccessiva autonomia, nel suo ritorno all’ovile finisce con l’imprigionare il suo estro. Speriamo per il bene del cinema che il prossimo progetto restituisca credibilità a un vero e proprio genio, che ultimamente (anche Sweeney Todd non aveva entusiasmato) sembra un po’ a corto di idee.

Voto: 5,5